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La ribellione colorata di Niki va in scena al Grand Palais

Niki De Saint Phalle accoglie con la carabina puntata e con un autoritratto frammentato, fatto di pezzi di ceramica e pezzi di lei, che, con tracce rosse sul volto, posa su uno sfondo pollockiano. « Aprés avoir rejeté mes parents et leur classe, j’ai confrontée à l’énorme problème de devoir me réinventer et me recréer. (…) L’utilisation du trencadis (collage de céramique et de verre) pour créer cette œuvre accentue l’image d’un corps en morceaux et d’une âme tourmentée. »

L’animo tormentato di Niki, artista nata nel 1930 a Neuilly-sur-Seine da una famiglia di origine aristocratica, l’accompagnerà per tutta la vita e sarà il motore della sua ricerca creativa. Il distacco dalla famiglia d’origine è legato al motivo, ormai conosciuto, delle violenze subite da parte del padre. Allontanatasi dai genitori, Niki inizia la sua carriera come modella per Vogue, Life, Harpers’s Bazaar, tra Parigi e New York.  Si avvicina all’arte solo dopo un ricovero per crollo nervoso: l’arte, la pittura, la sperimentazione diventano per lei una cura, la cura. Di arte vivrà e morirà, nel 2002, a causa di complicazioni polmonari dovute all’inalazione delle vernici usate per le sue opere.

«Peindre calmait le chaos qui agitait mon âme. C’était un façon de domestiquer ces dragons qui ont toujours surgi dans mon travail».

Il caos dell’anima di Niki è rappresentato nelle sue prime opere, frutto di viaggi e ricerche di stimoli, tra l’Europa e gli Stati Uniti. Jean Dubuffet, Jackson Pollock, Jasper Johns e Robert Rauschenberg ispirano i primi lavori dell’artista, miscugli di colori e colate di vernice. La prima sala,Peindre la Violence ci accoglie così in una semioscurità dove si scopre una Niki De Saint Phalle ancora in piena lotta con i suoi demoni.

La tela però, non sembra essere abbastanza per soddisfare la ricerca artistica di Niki De Saint Phalle. Dall’indagine interiore, Niki passa all’indagine della condizione della donna, facendosi portavoce della causa femminista. Camille Morineau, curatrice della mostra, la definisce come «Une des premières artistes féministes dans les années 1960.»

Ed eccoci così catapultati in un mondo fatto di spose-cadavere, bianche, coperte di giocattoli di plastica e fiori secchi, fatto di corpi partorienti ricoperti di ragni, nell’atto di dare alla luce bambolotti. La serie degli Accuchements (Parti) ha una duplice valenza: da una parte esprime il senso di colpa di Niki per aver lasciato i figli con il primo marito, seguendo la sua indole creativa e il suo grande amore, l’artista svizzero Jean Tinguely, dall’altra rappresenta la superiorità della donna sull’uomo, la possibilità di generare una nuova vita.

L’impatto è forte, quasi violento, ma uscendo dalla sala Napoléon en Jupons, ci accoglie il viso di Niki sulle riviste di moda, con un’eleganza che ricorda quasi Grace Kelly. Ed ecco che si presenta la Nana per eccellenza (in scala ridotta), la famosa Hun, una monumentale scultura di 27 metri di lunghezza per 6 di altezza, creata nel 1966: «Elle est une Cathedrale. C’est la plus belle, est la plus grande femme du monde.»

Le Nanas rappresentano l’idea di dee fertili, i cui corpi generosi e potenti, colorati, gioiosi, sono la manifestazione del nuovo ruolo della donna: «Pour moi, mes sculptures représentent le monde de la femme amplifié, la folie des grandeurs des femmes, la femme dans le monde d’aujourd’hui, la femme au pouvoir.»

Le Nana Powerè una sala magica, che accoglie visitatori stupefatti dalla bellezza delle opere e dell’allestimento. Le Nanas danzano, girano, scendono dal soffitto, atletiche e giganti. Sono palloni, sculture ricoperte di specchi e vetro, si trasformano addirittura in disegni e gioielli. Il messaggio è uno solo: la loro presenza in uno spazio pubblico rappresenta la liberazione dagli stereotipi imposti dalla società e dalla moda.

Proseguendo il percorso ecco che si incontrano di nuovo i demoni di Niki: Mère dévorant Père prédateur. Siamo nei primi anni ’70, Niki si dedica a un lungometraggio sperimentale, Daddy, che riprende la sua drammatica storia personale. Le Madri Divoratrici invece rappresentano l’altra faccia della medaglia delle Nanas: donne grottesche, terrificanti, testimoni passive e potenzialmente criminali. Il rosso circonda il nostro percorso, rendendolo ancora più angosciante.

I demoni di Niki non sono ancora svaniti.

L’art à la carabine è la sala dello sparo. Lo sparo di Niki contro i mali che affliggono la società. Le mur de la rage è un elenco delle 84 situazioni su cui l’artista punta il fucile e spara. In realtà si torna indietro nel tempo, durante gli anni Sessanta, che consacreranno Niki De Saint Phalle come unico membro donna del gruppo dei Nouveaux Réalistes. Il tiro, lo sparo, è un nuovo modo di creare un’opera d’arte, colpendo uova e sacche contenti colore liquido, che viene così violentemente spruzzato sulla tavola. «En tirant sur moi, je tirais sur la société et ses injustices. En tirant sur ma propre violence, je tirais sur la violence du temps. Ce rituel me permettrait du mourir de ma propre main et de me faire renaître».

Non solo spari ma anche politica, nell’opera di Niki De Saint Phalle: altari eretici che rappresentano i crimini dell’OAS in Algeria e bassorilievi delle teste dei potenti spiccano su uno sfondo di rovine in King Kong, 1963.

Poco prima di terminare il viaggio nelle quasi 200 opere di Niki De Saint Phalle, ecco che si esplora anche una nuova dimensione, quella del sogno, con Le rêve de Diane – l’immaginario notturno della dea latina, guerriera e protettrice della donne: mostri e bestie che si accompagnano a giganteschi cuori colorati, mettendo in luce la duplice natura dell’animo umano.

Le grand public est mon public, la sala finale, si affronta con un po’ di nostalgia. Ancora una volta la magia ci circonda: colori, rumori, musica, la voce di Niki dal video in proiezione. L’effetto è quello di precipitare in un’altra dimensione, un momento sospeso tra la realtà e l’immaginario. Il sottofondo ci trasporta a Garavicchio, direttamente al Giardino dei Tarocchi, monumentale raccolta delle opere ispirate agli arcani maggiori.

«J’avais ce rêve de construire un immense jardin… »

Niki De Saint Phalle è andata oltre l’immenso giardino, creando un impero nel mondo dell’arte, un nuovo modo di fare arte e di concepire la figura dell’artista donna. Caposaldo del Novecento e figura fragile ma al contempo potente, protagonista assoluta della scena artistica femminile contemporanea.

La retrospettiva, ricca di opere, disegni e fotografie, curata eccellentemente da Camille Morineau, è da non perdere. Fino al 2 febbraio, Grand Palais, Parigi.

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