Peinture sur le motif: dalla realtà alla tela, attraverso lo sguardo dell’artista
Dipingere dal vivo, posizionando cavalletto e tela di fronte al proprio soggetto per dipingerlo nell’istante stesso in cui viene percepito dell’occhio: questa è la peinture sur le motiv, nella quale chi dipinge lo fa avendo come unica guida e ispirazione la realtà che ha di fronte, senza disegni e studi preparatori.
Spesso associata alla pittura en-plein-air (sarebbe forse più corretto dire che la maggior parte della pittura sur le motif è en-plein-air), questo tipo di approccio artistico trova la sua massima espressione nell’Impressionismo di fine Ottocento, ma ha senza dubbio dei precursori nei secoli precedenti: si dice che Caravaggio dipingesse in questo modo le sue figure, ritraendole dal vivo all’interno del suo atelier.
I veri precursori della pittura all’aria aperta furono tuttavia gli artisti aderenti alla famosa Scuola di Barbizon, località mitica nei pressi della foresta di Fontainebleau, i primi a ritenere che il mondo da rappresentare fosse al di fuori delle quattro pareti del loro atelier: ogni giorno, si inoltravano all’interno della foresta, circondati esclusivamente dalla natura, dipingendo campi, foreste, paludi, con un’attenzione scrupolosa ai contrasti di luce, alle variazioni cromatiche degli alberi, dei rami, delle singole foglie.

Dietro l’esplodere della peinture sur le motif paesaggistica, tipica dell’Impressionismo, vi è anche un fatto puramente tecnico: l’introduzione e il diffondersi delle tempere in tubetto, infatti, ha permesso agli artisti di spostarsi facilmente, portandosi in qualsiasi luogo tutto l’occorrente per dipingere.
Le peinture sur le motif non si può ridurre tuttavia a una questione relativa solamente al luogo in cui si svolge l’atto del dipingere. Essa sottende invece un nuovo modo di concepire l’arte, che corrisponde a un nuovo modo di posare il proprio sguardo sul mondo. Non più la ricerca dei tratti pittoreschi di un paesaggio, ma l’indagine sulla sua vera essenza, mutevole, come mutevole è la luce che colpisce e definisce le cose, i contorni, i dettagli.
Da questa idea nascono le famose “serie”, con uno stesso soggetto rappresentato nelle diverse ore del giorno. Le “cattedrali di Rouen” di Manet sono l’esempio forse più noto e rappresentativo di questa linea artistica.

La pittura dal vivo ha travalicato il periodo impressionista, protraendosi sino ai giorni nostri, in forme e modi diversi accomunati tuttavia dalla stessa volontà di trascrivere sulla tela una sensazione immediata della realtà percepita, non filtrata da studi precedenti o riflessioni successive. «Donner l’image de ce que nous voyons en oubliant tout qui a paru avant nous» per citare Cézanne.
Il pittore post-impressionista François Gall, le cui opere sono in mostra presso gli spazi espositivi di Artrust dal 18 aprile al 24 maggio 2015, è stato uno degli interpreti di questo stile nel corso del XX sec. Formatosi alla Scuola di Nagybànya in Transilvania – equivalente ungherese della Scuola di Barbizon – Gall ha saputo portare sulle sue tele le atmosfere vibranti di Parigi, la quiete dei suoi parchi, la luce delle spiagge normanne, il verde della campagna del Quercy, ma anche la bellezza della moglie e delle figlie, nei momenti intimi della vita familiare.
E lo ha fatto, sia nella sua produzione paesaggistica sia in quella ritrattistica, dipingendo sempre con il soggetto di fronte ai propri occhi, affidandosi raramente a bozzetti o schizzi preparatori. Per molti anni l’artista non ha nemmeno posseduto un vero e proprio atelier: ogni giorno, cappello di paglia in testa, installava il suo laboratorio en-plein-air sulle sponde della Senna o a Montmartre, e sotto il suo ombrellone bianco captava l’atmosfera della città, la luce cangiante delle stagioni, il mutare dei luoghi e delle mode, realizzando tele che sono oggi delle vere e proprie testimonianze storiche dell’epoca.





