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Dalla Russia con colore. Il fascino multiforme e prezioso del kovsh

Il kovsh (o kowsch a seconda della traslitterazione dal cirillico) è un recipiente per bevande di origine russa, dalla forma ovale, simile a un mestolo, con un manico da un lato e un beccuccio dall’altra. Per quanto corretta, tuttavia, questa fredda definizione risulta perlomeno riduttiva nel descrivere la bellezza colorata e luminosa di questi capolavori d’antiquariato finemente e riccamente decorati, la cui storia ripercorre le tappe di quella di altri oggetti simili, come il Tastevin o il Weinprobierschale, trasformatisi da utensili per degustare vino e bevande, in preziosi e ricercati oggetti ornamentali.

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Le origini del kovsh sono molto antiche e risalgono addirittura al X secolo. Si trattava all’epoca di semplici manufatti in legno utilizzati per bere l’idromele o la medovukha, una bevanda leggermente alcolica derivante dalla fermentazione del miele. La forma richiamava quella di una nave o, meglio ancora, di un’oca o di un’anatra: il corpo fungeva da recipiente, la testa e il becco costituivano l’impugnatura.

Bisogna aspettare la metà del XIV secolo per la comparsa dei primi modelli in metallo. Allo stesso periodo risale la denominazione kovsh, che accompagnerà questo oggetto dalla forma curiosa nei secoli successivi, fino ai giorni nostri.

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Kovsh, ma sarebbe meglio parlare al plurale di “kovshi”, perché tante sono le varianti per forme, dimensioni, provenienze e utilizzi. Tanto che nel corso dei secoli sono entrati nell’uso termini specifici per differenziarli. E così parliamo di piti, più piccoli, da distribuire uno per ogni ospite come veri e propri bicchieri, oppure di vynosny, più grandi e condivisi per più commensali. I kovshi khoromnye appartenevano esclusivamente alla Corte Imperiale ed erano corredati da una iscrizione che lo certificava.

Ma i più importanti e conosciuti sono gli zhalovannye: ormai abbandonata la loro funziona pratica di recipienti e arricchitisi di decori e decorazioni, a partire dal XVI secolo i kovsh sono diventati un simbolo dell’impero zarista, che li utilizzava come doni per ricompensare ufficialmente i servitori più leali e fedeli, il cui nome veniva inciso sul bordo del recipiente.

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È in questa fase che il kovsh comincia a essere realizzato in metalli preziosi e decorato con ori e pietre preziose. Si narra che lo Zar Pietro I il Grande abbia donato a Federico Augusto I di Sassonia un meraviglioso esemplare realizzato in oro e niello (una lega metallica di colore nero composta da zolfo, rame e argento), decorato con zaffiri e perle.

La popolarità del kovsh subisce un graduale calo nei decenni successivi, fino a quasi scomparire intorno alla metà del XIX secolo. Verso la fine dello stesso secolo, tuttavia, sospinto dalla crescita delle correnti storiciste, il kovsh conosce un impetuoso ritorno di fama come oggetto puramente ornamentale. Alla sua produzione si dedicheranno i più grandi maestri argentieri russi tra cui Ovchinnikov, Khlebnikov, Maria Semenova e soprattutto Fabergé, che daranno vita a coloratissimi esemplari, per lo più decorati con la tecnica cloisonné e tempestati di zirconi, con le forme più disparate: imbarcazioni vichinghe, cavalli, cigni e altri uccelli acquatici.

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Il kovsh, nella sua caratteristica forma, arriverà fino al Novecento, ma sarà influenzato e modificato da un’infinità di stili e correnti, compresa l’Art Nouveau, e realizzato in una varietà materiali tale da allontanarlo per sempre dalla sua antica funzione, ormai solo un lontanissimo ricordo.

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