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Arte al femminile? Intervista a Simona Bartolena.

Nell’anno che Artrust a voluto dedicare alle donne artiste – con le mostre dedicate a Yvonne Canu e Marianne Werefkin – ci siamo interrogati sul perché di un’apparente invisibilità del talento femminile nella storia dell’arte.
Le donne popolano i quadri degli uomini, ma dove sono donne che, pennello alla mano, diventano soggetti di creazione artistica? Esiste o ha senso parlare di un’arte “al femminile”? Quali ne sono state le maggiori protagoniste?

Ne parliamo con Simona Bartolena, storica dell’arte e autrice del libro “Arte al femminile”.

1. Partiamo dal chiarire un primo aspetto. Sfogliando le pagine dei manuali di storia dell’arte o percorrendo i corridoi dei musei, ci si imbatte molto raramente in opere di artiste donne: è perché effettivamente nella storia vi sono pochi esempi di artiste che si sono distinte o perché, al contrario, le loro produzioni non vengono considerate, da chi scrive i libri o gestisce le collezioni museali, alla stessa stregua di quelle dei colleghi uomini?

Entrambe le cose e entrambe per motivi che potremmo definire più sociali che storico-artistico.  Fino a tempi ben recenti le donne non hanno avuto le medesime possibilità degli uomini, né in ambito professionale né in ambito educativo e culturale. Le artiste, nello specifico, non avevano accesso alle Accademie (le prime donne entreranno nelle principali Accademie europee dalla fine del Settecento) né potevano andare a bottega da un maestro. Alle donne era anche preclusa (per ragioni morali) la copia dal vero di un’anatomia, sia maschile che femminile, e in alcune epoche anche la visita al museo, perché alle pareti potevano esserci dipinti disdicevoli quanto a soggetto. Le donne, infine, non potevano relazionarsi con eventuali committenti e acquirenti, dovendo sempre fare affidamento a una figura maschile per qualsiasi trattativa o contatto con l’esterno. Detto questo, è chiaro che alle giovani con aspirazioni artistiche non restava che pensare all’arte come passatempo privato, da esercitare nel salotto di casa, un gradevole hobbie, come diremmo oggi, che era tenuto in grande considerazione (con la musica e la poesia) nell’educazione di una giovinetta di buona famiglia. Più fortunate erano le artiste “figlie d’arte”: avere un padre o un fratello pittore dava loro la possibilità di avvicinarsi all’arte con maggior facilità. Piuttosto avvantaggiate erano anche le monache che, protette dalle mura del convento, si dedicavano alla creazione artistica nella massima libertà, anche a livello professionale, senza timore di ricevere accuse di immoralità.

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"Maternità dallo Spirito e dall'acqua", 1165. Miniatura realizzata dalla religiosa Ildegarda di Bingen (1098–1179)

2. Volendo tracciare una breve storia dell’arte al femminile, quali sono le artiste che hanno segnato maggiormente le loro epoche?

Le donne artiste di talento sono numerosissime. Molto più numerose di quanto non si creda a un primo sguardo. Per limitarci ai nomi più noti, citerei le tre grandi protagoniste dell’arte del Cinque-Seicento: Lavinia Fontana, Sofonisba Anguissola e Artemisia Gentileschi. Tre caratteri forti, tre biografie diverse ma altrettanto romanzesche; certamente tre donne che sono riuscite ad affermarsi nella scena artistica del loro tempo e ad entrare nella storia. In epoca rinascimentale dobbiamo ricordare anche la scena fiamminga, molto aperta alle donne artiste. Judith Leyster, con la sua bottega fiorente e, soprattutto, indipendente ne è un esempio. Nel XVIII secolo citerei invece tre figure straordinarie: l’italiana Rosalba Carriera, la francese Elisabeth Vigée-Lebrun (la prima donna ad essere entrata all’Academie de France e ad avere interpretato la pittura come una professione in senso moderno), la svizzera Angelica Kauffman. Nell’Ottocento, soprattutto nella seconda metà del secolo, le cose si complicano: il numero di donne artiste si centuplica. Parigi si riempie di giovani provenienti dalle parti più disparate d’Europa (soprattutto dai paesi del Nord, dove le artiste donne sono molto numerose) e dagli Stati Uniti. La capitale francese, cuore pulsante della cultura europea, accoglie artiste più o meno talentuose, tra le quali alcune destinate a restare nella storia. Solo per citarne qualcuna: la barbizonnier Rosa Bonheur (straordinaria pittrice di scene campestri e animali che scandalizzava per l’abbigliamento maschile e perché andava a passeggio con un leoncino al guinzaglio), le impressioniste Berthe Morisot (allieva di Corot e cognata di Manet, nonché una degli esponenti più attivi del gruppo fondato da Monet) e Mary Cassatt (l’americana partita da Pittisburgh per studiare arte a Parigi). Vivace, sebbene molto diversa, anche la scena inglese; non ci si dimentichi che nella confraternita dei Preraffaelliti le donne non erano solo muse ispiratrici e compagne dei pittori uomini: molte di loro erano anche artiste o poetesse, come, per nominare solo la più celebre, la bella e sfortunata Elizabeth Siddal, modella di tante figure femminili di Rossetti, Millais, Hunt e compagni ma anche ottima pittrice. Infine il Novecento. L’età delle Avanguardie in parte si apre all’universo femminile. Restano comunque molti pregiudizi, anche in ambiti apparentemente molto liberi, come il gruppo dei Dada, ad esempio, che comunque qualche paletto alla carriera di Hannah Höch lo mise o il Bauhaus che, pur nella sua straordinaria democraticità, precluse le classi di lavorazione dei metalli e architettura alle studentesse, indirizzandole invece verso attività più consone alle attitudini femminili, quali la tessitura, la ceramica e la legatoria!

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Artemisia Gentileschi “Autoritratto come allegoria della Pittura”, 1638-39, Royal Collection, Windsor

3. Nella nostra prossima esposizione porteremo in mostra le opere di Marianne Werefkin, un’artista che per un lungo periodo della sua vita ha smesso di dipingere, sacrificando la propria carriera, perché riteneva che solo un uomo (in questo caso il compagno Jawlensky) potesse dare espressione alla sua idea di arte. Nella storia dell’arte femminile è presente anche in altri casi questa componente di “autocensura”? Oppure vi è in alcune l’idea di non essere all’altezza per un’attività ritenuta esclusivamente maschile?

Marianne Werefkin è una figura straordinaria e molto complessa, dalla personalità molto forte da una parte e molto fragile dall’altra. Il suo profondo legame con Jawlenskij la portò a convincersi che il suo ruolo fosse quello dell’ancella, del braccio destro del compagno, fino ad abbandonare la propria attività per seguire la sua. A suo dire, in questo ruolo che decise di assumere, lei “cercava l’altra metà di se stessa”. Il suo comportamento, invece, finirà con l’allontanare da lei Jawlenskij. Il loro tormentato sodalizio artistico, che durerà poco meno di trent’anni, mescola il dramma personale alla creazione artistica. Marianne è un caso davvero particolare, ma non dimentichiamoci che nella stessa epoca ci sono anche altre storie di abnegazione da parte di donne. Si pensi al caso di Gabriele Münter, animatrice quanto Kandinskij del gruppo del Balue Reiter a Murnau, o a quello di Dora Maar, che abbandonerà la fotografia (e si abbandonerà alla depressione) schiacciata dalla personalità dirompente di Picasso, o di Meret Oppenheim, che preferirà abbandonare l’arte a seguito dei forti dissapori avuti con i potenti Surrealisti… Talvolta è invece la società stessa a imporre alla donne di desistere nel loro cammino artistico, spesso ricordando loro i doveri del proprio genere. C’è una storia che mi ha sempre affascinato e che trovo possa assumere il valore di esempio per tanti casi simili, molti dei quali a noi nemmeno noti: è il caso di Carla Maria Maggi. Siamo negli anni Trenta, in Italia. La Maggi è la figlia unica di una famiglia dell’alta società milanese. Con qualche difficoltà riesce a convincere il padre a mandarla a studiare pittura. Lui la iscrive alla scuola di Palanti, pittore stimatissimo dalla borghesia del tempo. La giovane mostra subito un certo talento e una personalità ben definita, dipinge ritratti e qualche nudo femminile, cominciando a ricevere qualche menzione d’onore e raccogliere i primi successi. Sarà il matrimonio a mettere fine alla sua breve carriera: subito dopo le nozze, il marito le toglie il permesso di dipingere ritratti e, tanto meno, nudi, concedendole al limite di esercitarsi sulla natura morta. Piuttosto che essere artista a metà, Carla Maria ripone tutti gli strumenti di lavoro e i suoi dipinti nella soffitta di una casa in campagna, dove saranno ritrovati, sessant’anni dopo, dal figlio che, con immensa sorpresa, scoprirà di avere una madre pittrice. La Maggi, infatti, non aveva più menzionato la propria vocazione artistica, nascondendo a tutti il proprio sogno infranto. Ecco, questo modo di “riporre in soffitta” le proprie ambizioni per rientrare nei ranghi che la società imponeva (atteggiamento assai diffuso fino a tempo molto recenti) è stato uno dei mali più gravi dell’arte al femminile… a volte temo possa esserlo ancora!

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Marianne Werefkin, protagonista della prossima mostra Artrust "I colori di un'anima in viaggio"

4. Esiste una correlazione tra il percorso parallelo di emancipazione della donna nella società e i soggetti dell’arte delle donne? Questi ultimi, specie nell’epoca dei movimenti femministi, riflettono i temi della condizione femminile, le istanze di rivendicazione di un nuovo ruolo e di una nuova identità?

In parte. Cercare a tutti i costi uno specifico femminile nell’arte delle donne è un errore gravissimo. Non esiste un femminile o un maschile nello stile artistico. Artemisia Gentileschi aveva uno stile caravaggesco molto più cruento di quello di tanti colleghi uomini del suo tempo, smentendo immediatamente il luogo comune che una donna debba dipingere con dolcezza tutta femminile… In epoche più recenti è (per fortuna) spesso ben difficile distinguere la mano di una donna da quella di uomo.
Ci sono, certo, dei temi che in qualche modo hanno interessato maggiormente le artiste, soprattutto se spostiamo il discorso nel passato. Esistono, ad esempio, molte opere dipinte da donne che ritraggono eroine forti della storia e della Bibbia: da Lucrezia e Giuditta, da Cleopatra alla Maddalena. Le donne si sono spesso autoritratte, quasi a sancire pubblicamente la serietà del proprio status di pittrice o comunque di esponente della cultura del tempo.
Un caso a parte è, invece, quello della generazione dei grandi movimenti femministi, tra gli anni Sessanta e Settanta, in particolar modo negli Stati Uniti, ma non solo. Lì si, senza dubbio, i temi vanno di pari passo con la lotta per l’emancipazione e l’arte diventa strumento di denuncia.
Oggi noto, questo si, che le donne hanno un’attenzione e una sensibilità più profonda nell’indagare tematiche forti, quali il rapporto con il proprio corpo (spesso prigioniero di canoni estetici, mercificato o addirittura violato) o il dramma di popolazioni piegate da guerre infinite o quant’altro.

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Un manifesto del gruppo di artiste femministe radicali Guerrilla Girls del 1989

5. Possiamo in conclusione parlare di arte femminile? Possiamo riconoscervi uno stacco rispetto all’arte degli uomini, l’espressione di una sensibilità nuova, di un punto di vista alternativo, di uno sguardo differente sul mondo?

Ho in parte risolto questa domanda nella risposta precedente. Quando ho scritto Arte al femminile (tredici anni fa), l’argomento era molto attuale e il dibattito era effervescente. Oggi lo è un po’ meno, ma ciò non vuol dire che non sia più necessario. Se esista o meno uno specifico femminile nella scelta delle tematiche è un dibattito che nell’epoca moderna ha certamente un suo interesse, ma che sul piano storico si esaurisce nell’evidenza dell’analisi sociale. Lo stacco c’è stato, fino a epoche recentissime, ed è uno stacco che non si esaurisce nella questione artistica, ma che riguarda in modo molto più ampio la storia sociale delle donne. Il punto di vista femminista, sebbene abbia avuto una sua ragione nei decenni passati, oggi rischia di peggiorare la divisione di genere, semplificando la questione in un’opposizione tra i sessi. Spesso, ci tengo a sottolinearlo, coloro che hanno ostacolato il cammino delle artiste non sono stati gli uomini, ma le altre donne! Sgombrato il campo quindi da ogni accento femminista, direi che si può parlare di arte al femminile ma che sarebbe meglio non avere bisogno di farlo! Molte artiste, consapevoli del rischio di una ghettizzazione (quasi che l’arte delle donne possa essere considerato un genere minore, diverso…) hanno voluto sottolineare quanto nell’Arte non importi se si è uomini o donne, ma piuttosto conti il talento. Oggi, davvero, dobbiamo considerare l’Arte come Arte, al di là dei generi e delle divisioni, cercando di superare anche quei retaggi sociali che il passato ci ha lasciato. Del resto attualmente, cosa da non sottovalutare, le donne occupano anche ruoli prestigiosi nel sistema dell’arte, lavorando come storiche dell’arte, critiche, direttrici di musei, galleriste e quant’altro. Forse non è ancora parità… ma siamo sulla buona strada.

 

 

Immagine di copertina:
Marianne Werefkin, Monte Tamaro, Gouache e pastello su carta incollata su cartoncino, 1920

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SIMONA BARTOLENA

Laureata a pieni voti con lode in Storia dell’arte contemporanea presso l’Università Statale di Milano, Simona Bartolena ha pubblicato numerosi volumi per le più prestigiose case editrici italiane. I suoi testi sono stati tradotti in varie lingue straniere. Tra i tanti: Arte al femminile (Electa, 2003), Il Musée d’Orsay, (Mondadori, 2005), Omaggio agli impressionisti (Mondadori 2005), Carla Maria Maggi, (Skira, 2007), Donne (Electa, I dizionari dell’arte, 2009), Brianza: terra d’artisti (Silvana Editore, 2009). Numerose anche le esposizioni da lei curate, tra le quali: Tranquillo Cremona e la Scapigliatura (Pavia 2016), Visivi, Dadamaino e Secomandi (Vimercate 2015), I Macchiaioli, una rivoluzione d’arte al Caffè Michelangelo (Pavia 2015), Welovesleep (Milano 2015), Da Degas a Picasso, capolavori della Johannesburg Art Gallery (Pavia 2015), Giorgio de Chirico e l’oggetto misterioso (Monza 2014), Antonio Ligabue (Vimercate 2015), Luigi Russolo, il rumore e il silenzio (Vimercate 2013), Oltreluogo – da Gianni Colombo a Joseph Beuys (Vimercate, 2011); dal 2013 è curatrice del progetto Tracce di contemporaneo in Ville aperte, promosso dalla Provincia di Monza e della Brianza e dalla Provincia di Lecco. È consulente di numerosi Comuni, associazioni culturali e gallerie, per i quali cura esposizioni d’arte ed eventi. Dal 2011 è nel comitato scientifico del MUST, Museo del territorio di Vimercate; dal 2012 in quello dell’Associazione Amici del Washington National Museum of Women in the Arts come responsabile della sezione arte contemporanea e dal 2013 è nel board del Bice Bugatti club. Dal 2014 consulente scientifica e curatrice per ViDi, società che organizza mostre ed eventi e per il Consorzio di Villa Greppi, Progetto Arte. Dal 2011 è presidente dell’Associazione heart – pulsazioni culturali e direttore scientifico dello Spazio heart di Vimercate.

 

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CONSIGLIO DI LETTURA

Per approfondire l’argomento consigliamo il libro:
Simona Bartolena, Marta Alvarez, Donne, Electa – Dizionari dell’Arte, 2009

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