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Dietro le cornici di Artrust: una storia di imprenditoria sociale

Dietro ai quadri delle ultime due mostre di Artrust si cela il lavoro dei corniciai della Fondazione Diamante, un positivo esempio di imprenditoria sociale attivo nel Canton Ticino dal 1979. Scopriamo di più su questa realtà attraverso le parole di Mauro Marconi, responsabile dei laboratori della Fondazione Diamante nel Mendrisiotto.

Ci parla della vostra Fondazione?

Tutto è iniziato nel 1979 con la LISPI (ndr Legge Integrazione Sociale e Professionale degli Invalidi), una legge Cantonale che ha segnato una svolta epocale per il Ticino. Questa legge era frutto di un contesto più ampio, europeo: negli stessi anni per esempio nella vicina Italia, Basaglia aveva aperto un dibattito con l’apertura verso l’esterno dei centri psichiatrici e la conseguente integrazione sociale e lavorativa. Anche in Ticino si discutevano questi temi, in un contesto di collaborazione tra famiglia e operatori corroborato da forte idealismo. Sono gli anni in cui si incomincia a rappresentare in modo diverso l’handicap: si parla di diversità sormontabile e di integrazione. Si ragiona sul fatto che ogni persona ha dei deficit e questa condizione è naturale e non deve essere frutto di demonizzazione. In questo clima si è giunti alla approvazione della LISPI e alla nascita della nostra Fondazione che già allora si impose di andare al di là del semplice volontariato, aprendo le prime strutture lavorative nel biennio 1980-81 con un’impronta integrativa: le strutture – di piccole dimensioni – furono poste in zone centrali, dove c’era vita e richiesta di beni o servizi. Oggi abbiamo 12 strutture lavorative e 4 abitative sparse in tutto il territorio cantonale. Le strutture più grosse accolgono 30-40 persone. Sono 570 gli utenti che fanno capo alle strutture della Fondazione, tra foyer e laboratori. Si tratta di persone adulte, dai 18 anni in poi. L’età di “pensionamento” varia in funzione delle condizioni di salute.

Come si diventa utenti della Fondazione?

Le persone che manifestano interesse per venire da noi fanno innanzitutto un colloquio. Se le parti si trovano bene la Fondazione organizza un periodo di prova. Alla fine dello stage decidiamo se continuare il rapporto. Se il riscontro è positivo segue un contratto sociale di lavoro a tempo indeterminato. Questo succede in generale ma va detto che ogni persona ha un percorso di inserimento individuale a seconda della formazione, del talento e della volontà.

Come vi rapportate con le famiglie degli utenti?

Promuoviamo la maturità e l’autonomia della persona in situazione di handicap. In molte situazioni, i nostri utenti (che, ripeto, sono maggiorenni), hanno già alle spalle un loro percorso di indipendenza che proseguono con noi. In altre, collaboriamo con le famiglie, che possono essere un partner importante nella promozione dell’autonomia. Oggigiorno va comunque allargata la rappresentazione di “famiglia”. In effetti, quando parliamo di famiglia, la tendenza è quella di associare la persona in situazione di handicap al ruolo di “figlio” e la collaborazione è intesa come partnership con i genitori. Ora, nelle nostre strutture abbiamo anche situazioni in cui i nostri utenti sono essi stessi mariti, mogli e/o genitori. La collaborazione assume in questo caso altre forme.

In che settori siete attivi? In che zone del Ticino operate?

Siamo collocati in tutti i settori economici, dal primario al terziario: ci dedichiamo ad agricoltura, pollicoltura, viticoltura; abbiamo attività artigianali (ceramica, falegnameria, tessitura, sartoria, …); collaboriamo con aziende del secondario (assemblaggi, cablaggi, spedizioni, …); siamo infine attivi nel terziario con l’impaginazione, la grafica, il web, la contabilità e la ristorazione. Operiamo in tutto il Ticino, da Biasca a Chiasso e da Bellinzona fino a Locarno. Cerchiamo di essere vicini laddove c’è bisogno, e per questo motivo, per mantenere una nostra flessibilità e mobilità in funzione dei bisogni e della loro evoluzione, non siamo proprietari delle strutture in cui operiamo.

Riuscite a stare in piedi in questo momento di incertezza economica?

Come tutte le aziende siamo confrontati con gli alti e i bassi dell’economia. Nonostante ciò affrontiamo con ottimismo sia il presente che il futuro. Riscontriamo risultati relativamente soddisfacenti: in alcune attività teniamo bene, in altre registriamo dei cali inferiori rispetto ai trend settoriali e questo grazie all’impegno posto alla qualità dei prodotti e dei servizi alla clientela.

Cosa si intende con impresa sociale? È un modello che funziona?

L’impresa sociale si compone di un aspetto economico che prevede la produzione di beni e l’erogazione di servizi finalizzati alla vendita e di un aspetto sociale: a ognuno si chiede quanto può dare, aiutandolo a far emergere i propri talenti. Spesso gli educatori agiscono come talent scout. La socialità emerge anche nel contatto con il cliente e nella collaborazione con gli altri utenti. Tutto questo conferisce una dimensione di dignità e scambio: lavoro, contatto, normalità. A noi piace infatti pensare che il cliente viene da noi perché lavoriamo bene e non perché fa opera di carità. Per noi l’handicap non è una scusa per lavorare male: il nostro lavoro è adeguato agli standard qualitativi del settore.

Quindi sì, posso dire che l’impresa sociale è un modello che funziona, anche grazie al sostegno pubblico.

Nell’impresa sociale essere educatori è sufficiente per garantire anche la qualità del servizio?

All’interno della Fondazione abbiamo educatori e professionisti del mestiere in proporzione adeguata: l’interdisciplinarietà e l’interprofessionalità è uno dei principi cui teniamo molto. Le due figure sono complementari e permettono di garantire la qualità delle prestazioni sia per la clientela sia per la nostra utenza. Inoltre, favoriamo la formazione continua: sia in ambito tecnico sia sociale. Tecnico ed educativo si incontrano e si completano reciprocamente.

Sono felici i ragazzi che seguite?

Ogni anno eseguiamo un rilevamento della soddisfazione dell’utenza e il tasso di risposta è tra soddisfatto e molto soddisfatto. Questi sono rilevamenti numerici, trovo più significativi gli episodi legati all’esperienza quotidiana. Un giorno al termine della giornata lavorativa gli utenti di un nostro laboratorio hanno incontrato su un bus una persona che li conosceva ma non li vedeva da molto e allora si è messa a chiacchierare con loro chiedendo che lavoro stessero facendo. I nostri utenti con orgoglio affermavano la propria professione: chi operaio, chi giardiniere, chi artigiano. Questa è dignità professionale e soprattutto identità umana. Sono persone che grazie al lavoro hanno una dimensione sociale.

Riescono poi a integrarsi anche autonomamente nel mondo del lavoro?

Attualmente abbiamo circa 80 persone inserite in enti pubblici o aziende private. Il percorso solitamente prevede un passaggio in laboratorio, inteso come luogo di partenza. Per molti il laboratorio è un luogo di arrivo ma per altri è un punto di partenza: chi ha motivazione e capacità viene da noi sostenuto nella ricerca di un lavoro esterno. Una volta stabilite le mansioni e identificato un datore di lavoro disposto ad assumere un nostro utente, procediamo con un periodo di prova, uno stage a carico della Fondazione della durata massima di 6 mesi. Se alla fine di questo periodo entrambe le parti sono motivate a continuare allora sosteniamo, in modo duraturo e gratuitamente, il datore e il lavoratore per una graduale e sempre più completa integrazione.

Mauro Marconi, è uno dei responsabili della Fondazione Diamante. Si occupa di 3 laboratori ubicati nel Mendrisiotto: La Linea a Riva San Vitale che si occupa di ceramiche, Il Punto a Mendrisio che porta avanti svariate attività artigianali e infine L’Idea a Chiasso, dove si trova il laboratorio di corniciatura che collabora con Artrust. Il sito internet della Fondazione Diamante è: www.f-diamante.ch

Photos by Robin Bervini.

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