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The Unlimited, arte “fuori misura”

Come suggerisce il nome stesso, il padiglione Unlimited di Art Basel offre ai visitatori un’esperienza senza limiti di percezione spazio-temporale. Non appena entrati si ha subito il primo forte impatto, data la vastità dello spazio espositivo che si sviluppa su oltre 16 mila metri quadrati. Unlimited, curato per la quinta volta consecutiva da Gianni Jetzer, si configura come uno spazio multiforme, composto da elementi tra loro diversi: wall painting, sculture, costruzioni o elementi più astratti come videoproiezioni o performances. Ciò che è certo è che si tratta di installazioni di grandi misure che in un modo o nell’altro suscitano un forte impatto sul pubblico. 88 opere realizzate da artisti internazionali, con le loro diversità demografiche, di razza, nazione, cultura e lingua. Anche il modo in cui ogni artista ha scelto di veicolare i propri messaggi e coinvolgere i visitatori, sfrutta diversi canali dei sensi: quello visivo certo, ma anche quello uditivo e tattile. Fino a esperienze completamente immersive del corpo dello spettatore all’interno dell’opera (vedi The Collector’s House, 2016).

Il gusto è una questione soggettiva. Tuttavia, è proprio in base alla soggettività del nostro team che abbiamo deciso di suddividere le opere di Unlimited in quattro macrosequenze, che evocano la larghezza di vedute dei visitatori.

All’inizio del nostro percorso, che si sviluppa in senso anti-orario, due opere non immediatamente visibili ci hanno incuriosito. L’installazione Ascenseur, 2013 di Laura Lima si presenta con un braccio che spunta da sotto a un muro cercando di raggiungere un paio di chiavi intenzionalmente lanciate in mezzo al pubblico, come indiretta richiesta di interazione ai passanti. La gente ha risposto riponendo gentilmente il mazzo di chiavi nel palmo della mano, calciandolo indietro sotto al muro o passando via con indifferenza. Questa semplice opera non solo affronta la tematica dell’altruismo, ma anche le reazioni della società alle richiesta di aiuto.

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Poco oltre, l’opera Canon di Samson Young (2015) ha catturato la nostra attenzione. Alzando gli occhi, su una cabina rialzata un uomo asiatico in uniforme utilizzava un’arma sonica non letale, la Long Range Acoustic Device (LRAD), utilizzata dalle forze dell’ordine per controllare le folle ma anche per spingere i volatili fuori dalle proprietà private.

Procedendo, si incontrano alcune installazioni focalizzate sulla preoccupazione per la situazione globale. L’opera South Wing di Pedro Cabrita Reis (2015) rappresenta la messa in discussione dell’attuale dimensione sociale: l’esclusione, il rifiuto e lo stato di emarginazione sono temi trattati attraverso l’uso di materiali – in questo caso delle porte – di case, ma anche asili e carceri.

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L’artista premiato con il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia, El Anatsui con l’opera Gli (wall), 2010 affronta la natura paradossale della parete, che da un lato è connessa alle parole unità e sicurezza e dall’altra ai concetti di ostacolo e barriera. I materiali utilizzati sono scarti di alluminio o tappi di bottiglie di liquore. Banderas Rotas, 2014 (Broken Flags) di Paulo Nazareth mostra su 19 canali televisivi delle bandiere al vento, come simbolica rappresentazione di territori nazionali che sono solo una creazione immaginaria dell’uomo.

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La White House di Ai Weiwei’s, 2015 è una maestosa struttura residenziale, costruita durante la dinastia Qing, con splendide colonne decorate e dipinte di bianco, a dimostrazione dello stato di benessere di quell’epoca. L’artista vuole segnalare come la modernizzazione e l’industrializzazione di oggi stiano cancellando la storia e le tradizioni della Cina, e si interroga allo stesso tempo sulla relazione dei valori presenti e passati del sistema globale.

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Tra le installazioni che trattano la spiritualità umana in relazione alla natura del tempo, l’opera The Collector’s House, 2016 di Hans Op de Beeck, ci conduce in un posto misterioso dai tenui toni del grigio e dall’atmosfera pompeiana in cui oggetti moderni come un pianoforte a corda, una libreria, mobili e sculture sono come pietrificati nel tempo, ma in modo strano tutti collegati alla nostra immagine del presente.

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Chiharu Shiota con Accumulation: Searching for Destination, 2014-2016 utilizza delle valigie come simbolico messaggio della ricerca spirituale di ciascuno di noi tramite movimenti e pensieri. La cosa interessante è che questa ricerca è controllata dall’inaspettato, che modifica continuamente la nostra destinazione, proprio come la corda che sostiene quelle valigie.

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Tra le installazioni che trattano l’estetica dell’arte tra forme e colori, il classico e già famoso Damascus Gate (stretch Variation), 1970 di Frank Stella ne è la perfetta rappresentazione. L’artista ha infatti introdotto i concetti di angoli, curve e colori fluorescenti.

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Anish Kapoor con Dragon, 1992 prosegue questo discorso interrogandosi sul non-oggetto, l’oggetto auto-generato, la monocromaticità, e il vuoto attraverso 8 pietre giapponesi che vengono trasformate – con un forte colore blu di Prussia – in qualcosa di etereo e senza confini: “una via di mezzo tra un corpo, una caverna e una bestia” e quindi un dragone.

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L’ultima installazione in sequenza, ma non per importanza, situata nei pressi dell’uscita, Mimed Sculptures, 2016 di David Balula cattura l’attenzione del pubblico grazie a un gruppo di performers che, mima lo spostamento di opere invisibili di Louise Bourgeois, Alberto Giacometti, Eva Hesse, Tony Smith, Barbara Hepworth, David Smith e Henry Moore. Questa installazione porta l’oggetto artistico fuori dai normali canoni di forma e colore, per trasformarlo in una realtà virtuale puramente immaginaria.

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L’immenso spazio che è Unlimited si è trasforma nell’opportunità di discutere tematiche originate da diversi background concettuali. Background che si intrecciano e sono accomunati dalla passione per l’arte e la libertà di espressione, due facce della stessa medaglia, o in altre parole, due valori molto fondamentali del mondo moderno di oggi.

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