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Il puntinismo, punto per punto (ovvero, i pixel prima dell’invenzione dei monitor digitali…).

Partiamo da un presupposto. Meglio non dare del puntinista a un puntinista. Potrebbe infatti offendersi.

Georges Seurat, il fondatore del movimento neoimpressionista e inventore della tecnica puntinista non sopportava questo termine. Lui che aveva studiato la teoria dei colori, applicato e accostato i pigmenti sulla tela con un rigore assoluto, che aveva impiegato ben due anni per realizzare il suo capolavoro “La Grande Jatte”, si sentiva sminuito a essere ricordato come “uno che dipinge con i puntini”.

Per questo aveva coniato il termine “cromoluminarismo”.

Bello, per carità. Ma noi, per comodità nostra e di voi lettori, continueremo a chiamarlo puntinismo. Con buona pace di Seurat.

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"Un dimanche après-midi à l'Île de la Grande Jatte" Georges Seurat

1- IL PUNTINISMO NON È IMPRESSIONISMO!

Chiariamo subito un possibile equivoco: il puntinismo è una tecnica utilizzata a partire dalla fine dell’Ottocento da un gruppo di artisti più tardi definiti, dal letterato Félix Fénéon, neoimpressionisti. Non riguarda quindi i pittori impressionisti che hanno animato tutta la seconda metà di quel secolo.

 

Il prefisso “neo” in neoimpressionismo ci indica chiaramente che ci troviamo di fronte a qualcosa di radicalmente nuovo e diverso, pur all’interno di una linea di continuità con l’esperienza precedente. Il neoimpressionismo è, in questo senso, un’esperienza artistica con caratteristiche precise, che si inserisce nelle tante correnti che ci traghettano verso le avanguardie del Novecento e che vanno sotto il nome di post-impressionismo (di cui fanno parte, tra gli altri, anche Van Gogh, Gauguin e Cézanne).

 

Ma in cosa si differenziano puntinismo neoimpressionista e impressionismo? E in cosa invece si assomigliano?

Partiamo dalla seconda domanda. Puntinismo e impressionismo nascono da una stessa esigenza: cogliere la verità della natura e del paesaggio, nella sua essenza luminosa, cercando di trasferirla sulla tela attraverso l’uso del colore piuttosto che del disegno.

 

Se il punto di partenza è comune, le strade percorse, così come gli esiti finali, sono tuttavia diametralmente opposti. Il pittore impressionista si posizionava di fronte al paesaggio da rappresentare con uno spirito romantico, e le emozioni che provava passavano dagli occhi, al cuore, sino alla mano, traducendosi in pennellate rapide, istintive, a volte impetuose. Il puntinista fa l’esatto contrario.

Il suo modo di dipingere è razionale, distaccato, metodico, richiede tempi lunghi e una discreta costanza. Non c’è spazio per l’istinto.

 

Nel clima positivista di fine secolo, dominato dall’idea di progresso e dalla fiducia nella scienza e nella tecnica, il puntista teorizza un’arte basata su rigide e precise leggi scientifiche.

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Il cerchio cromatico di Michel Chevreul

2- LA LUCE NON SI MISCHIA SULLA TAVOLOZZA.

La ricerca di una rappresentazione della luce il più veritiera possibile, viene portata avanti dai puntinisti seguendo alcune teorie che prendono piede in quegli stessi anni. Sono due le scoperte nel campo dell’ottica che influenzano maggiormente i puntinisti e il loro modo di intendere la pittura.

 

La prima si deve al chimico francese Michel Eugène Chevreul, che si occupava, tra le altre cose, di restauro di arazzi antichi. È proprio nello svolgere questo lavoro che Chevreul nota una cosa interessante: per restaurare correttamente una sezione mancante di un arazzo, infatti, è necessario tener conto dell’influenza dei colori presenti attorno alla lacuna. Scopre così che due colori giustapposti, leggermente sovrapposti o molto vicini, avrebbero avuto l’effetto di un altro colore se percepiti dall’occhio umano da una certa distanza.

 

È il principio del “contrasto simultaneo”, che lo stesso Chevreul teorizzerà compiutamente nel 1839 disegnando il famoso cerchio cromatico che avrebbe preso in seguito il suo nome. Chevreul nota che ogni colore steso su un foglio bianco presenta ai lati un’aura del suo colore complementare. Così, accostando due colori complementari, l’aura di uno rafforza quella dell’altro, aumentandone reciprocamente la luminosità.

 

Ora che lo sapete, prendete un qualsiasi quadro puntinista, osservatelo con attenzione da vicino, e contate quante volte un colore è accostato al suo complementare. Vi stupirete di non averci mai fatto caso prima.

 

L’altra scoperta fondamentale si deve al fisico Nicholas Ogden Rood.  La sintesi delle sue ricerche può essere riassunta in questo modo: la giustapposizione di tinte primarie crea un colore più intenso, luminoso e gradevole di quanto si ottiene mescolando direttamente i pigmenti.

 

Rood infatti sosteneva che la luce e la materia colorata (per intenderci, i colori nel tubetto) si comportano in modi completamente diversi. Se infatti mescolare i pigmenti porta a un marrone sempre più scuro, tendente al nero, mescolare fasci di luce colorata genera alla fine la luce bianca.

 

Ed ecco la vera rivoluzione dei puntinismo. Il puntinista dice addio alla tavolozza dove si mescolano i colori. I colori si posizionano puri sulla tela, senza essere mischiati, ma solo giustapposti l’uno all’altro.

Non spetta più al pittore mescolare le tinte, ma all’occhio della spettatore che guardando il quadro da una certa distanza ottiene quella che viene chiamata “mescolanza ottica”.

 

In altri termini, i puntinisti non realizzano un semplice dipinto, ma creano una vera e propria proiezione di fasci luminosi che viene in seguito interpreta dall’occhio umano. Esattamente come accade in natura.

3- MA LA SCIENZA TRASMETTE EMOZIONI?

Ma tutta questa scienza, questa razionalità, questa rigidità e metodicità… come possono conciliarsi con l’arte e con il suo scopo di colpire l’animo umano attraverso le emozioni?

Paradossalmente, si conciliano eccome. Anche più di quello che immaginiamo.

 

I puntinisti stessi erano ben consapevoli di quanto la scienza fosse solo una base da cui partire. A chi li accusava di aver subordinato l’arte alla scienza, rispondevano che per loro quest’ultima era solo uno strumento per educare l’occhio e la percezione, ma non avrebbe mai potuto sostituire il giudizio estetico e il talento artistico.

Come sintetizzava il più grande critico del movimento, Félix Fénéon: «Mr. X può leggere trattati sulle leggi dell’ottica da qui all’eternità, ma non potrà mai creare “La Grande Jatte”».

 

Il puntinismo avrà anche un’importanza fondamentale nell’evoluzione artistica successiva. Il continuo ragionare in termini scientifici porta i puntinisti a comprendere come diverse combinazioni di colori, forme e linee possano influenzare in modo diverso l’animo di chi li osserva, generando emozioni differenti.

Ma a questo punto, se mi bastano i colori e le forme per esprimere e suscitare emozioni, che bisogno ho di un soggetto da rappresentare? I puntinisti (inconsapevolmente) aprono la strada alle avanguardie del secolo successivo, espressionismo, cubismo, all’arte soggettiva e a quella completamente astratta!

 

La svolta scientifica del puntinismo si rivela alla fine, paradossalmente, il punto di partenza di un’arte completamente emozionale.

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Una delle opere di Yvonne Canu in mostra da Artrust fino al 21 maggio 2016.

4- DA SEURAT FINO A YVONNE CANU. FINO AI GIORNI NOSTRI.

Abbiamo fin qui parlato di puntinismo, ma chi sono questi artisti puntinisti o neoimpressionisti?

 

Abbiamo all’inizio citato Georges Seurat, che è stato il capostipite del movimento. La sua monumentale Un dimanche après-midi à l’Île de la Grande Jatte, capolavoro indiscusso del puntinismo neoimpressionista, viene esposta per la prima volta nel 1886 al Salon des Indépendants di Parigi nel corso di una mostra che sancisce contemporaneamente la fine dell’impressionismo e la nascita del neoimpressionismo.

Insieme a Seurat, ci sono Paul Signac e Camille Pissarro, a formare la triade dei fondatori del puntinismo francese. Presto molti altri artisti si accoderanno al nuovo indirizzo artistico: Lucien Pissarro (figlio di Camille), Louis Hayet, Albert Dupois-Pillet, Charles Angrand, Maximilien Luce, Léo Gausson, oltre a una vasta schiera di artisti belgi appartenente al gruppo d’avanguardia “Les Vingts”, tra cui Henry van de Velde e Théo van Rysselberghe.

Parallelamente, al di fuori dei confini francesi, si sviluppa, a partire dalle stesi basi teoriche, il divisionismo italiano. Meno rigorosi e sistematici, i divisionisti italiani propongono un’applicazione pittorica delle leggi dell’ottica e delle teorie della scomposizione del colore, parallela e indipendente, rispetto ai puntinisti francesi, privilegiando tratti allungati e sovrapposti, al posto dei puntini.

Tra i principali interpreti divisionisti, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Giovanni Segantini, Vittore Grubicy de Dragon, Gaetano Previati, Angelo Morbelli, Carlo Fornara, Emilio Longoni e anche i “futuri futuristi” Umberto Boccioni e Giacomo Balla.

 

II neoimpressionismo è un fenomeno che si sviluppa prevalentemente nell’ultimo decennio dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento. Vi sono tuttavia artisti che ne recuperano teorie e tecniche anche dopo le guerre, portandole sino ai giorni nostri. È il caso di Yvonne Canu (1921 – 2007), una delle rare interpreti femminili di questo stile, protagonista della mostra allestita da Artrust dal 21 marzo al 21 maggio 2016.

 

Oggi, il puntinismo è una tecnica artistica che appartiene al passato. Tuttavia le stesse riflessioni sulla luce e sulla sua percezione ispirano ancora numerosi artisti: è il caso dell’italiano Cristiano Pintaldi, che dipinge i propri soggetti scomponendoli in innumerevoli “pixel”, utilizzando solo i colori primari della luce (rosso, verde e blu) per modulare chiari ed scuri, oppure dello svizzero Markus Raetz (in mostra fino al 1 maggio 2016 al LAC di Lugano), che in alcune sue opere esplora in profondità l’affascinante mondo della percezione visiva.

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