Daniel Spoerri racconta Daniel Spoerri
Daniel Spoerri ha 84 anni ed è nel novero dei più importanti artisti del Novecento. È stato ballerino, coreografo, scenografo, regista di teatro e di cinema, autore, editore, insegnante, ristoratore e collezionista. Apolide per scelta, ha vissuto in Svizzera, Germania, Francia, Grecia, Italia, Stati Uniti. Artrust propone un approfondimento sull’uomo e sul personaggio a partire dalle interviste che ha rilasciato.
Una raccolta di testimonianze orali
Uno degli aspetti più apprezzabili degli artisti viventi risiede nella possibilità che questi hanno di raccontare sé stessi e la propria arte senza il filtro di un mediatore (un biografo, un critico o chi per esso). Daniel Spoerri, decano del Noveau Réalisme, è a tutt’oggi un artista attivo nonché uno degli ultimi protagonisti dell’arte del XX secolo ancora in vita. Nelle preziose interviste che ha rilasciato ha raccontato a viva voce ciò che ha realizzato e il mondo culturale di cui è stato testimone. Di seguito sono raccolte alcune delle sue citazioni più significative.
La gioventù e il Noveau Réalisme
«Quando ero molto giovane volevo scrivere poemi. La poesia è stato il mio primo modo di esprimermi, poi è venuta la danza, poi gli oggetti. Mai la pittura, non ho mai dipinto».
«È stato il critico Pierre Restany a scegliere il nome Noveau Réalisme. A quel tempo tutto doveva essere “nuovo”, come il nouveau roman, la nouvelle vague e la nouvelle cuisine. Per me la migliore descrizione di ciò che io e Jean Tinguely, Yves Klein, Arman, Christo e François Dufrêne facevamo, era descritto da Paul Eluard nel suo componimento Donner à voir: noi prendevamo semplicemente delle cose e le mostravamo. E ad esser franchi, a me il termine Nouveau Réalisme sembrava un po’ sciocco, ho cercato di dirlo ma non è servito a niente, ero giovane e dovevo essere felice di far parte del gruppo».
«Le vede queste forbici? Tinguely ci avrebbe messo un motorino per farle funzionare da sole; Arman ne avrebbe accumulate cento per dimostrare come la quantità diventa qualità; César ne avrebbe preso un migliaio e le avrebbe compresse in un cubo; Yves Klein le avrebbe dipinte di blu; Christo le avrebbe impacchettate e io avrei creato un metro quadrato di territorio e le avrei mostrate nel loro contesto naturale. Questo era il Nouveau Réalisme».
«Ho molta nostalgia degli anni del Noveau Réalisme. È la cosa più difficile quando a una certa età gli amici scompaiono. Penso a Jean Tinguely e a tutti gli altri… Non c’è più nessuno. Mi mancano tutti molto. Mi manca il dialogo fertile e positivo, lo scambio di idee, aldilà dell’essere d’accordo».
Arte e cibo
«Non ho deciso di diventare artista perché avevo il dono del disegno o sapevo scolpire bene, ma perché non potevo fare altro. Era una questione di sopravvivenza. O mi ammazzavo o vivevo, così».
«Provengo da un’esperienza personale in cui non avevo soldi per una telefonata e tenevo per settimane un pezzo di pane secco in una scatola, consumandolo a poco a poco con l’accompagnamento di povere zuppe».
«Quando ho avuto il denaro, ho immediatamente associato l’arte al cibo. Prima del banchetto viene il cibo, poi la cucina, il ristorante e quindi l’Eat Art».
Spoerri l’apolide
«Con la Romania, dove sono nato, non ho più alcun rapporto emotivo, anzi ce l’ho, ma negativo: abbiamo dovuto scappare durante la guerra, mio padre era un missionario ebreo convertito al luteranesimo, un uomo e un padre molto severo, venne ucciso in un pogrom».
«In Svizzera mi sono sempre sentito straniero: in casa dello zio materno che ci aveva accolto, a Zurigo, a scuola dove non capivo lo svizzero-tedesco, e nonostante che poi tutte le mie mogli siano state svizzere e molti miei amici abbiano un passaporto elvetico».
«Tutti hanno un qualcosa che li spinge attraverso la vita. Essere senza Patria è il motore della mia».
La visione artistica
«Sono sempre stato sicuro, come un ricercatore scientifico, che volevo scoprire qualcosa: stavo cercando qualcosa, il resto non mi interessava. Non volevo diventare famoso, cercavo risposte alla mia inquietudine, alla mia insicurezza, a questioni e a domande che facevo alla vita».
«Probabilmente l’arte è consolazione. Credo che sia così per ogni artista. Io quando mi sento giù di corda, mi siedo al tavolo, lavoro e mi torna il buon umore».
«Ho dovuto aspettare decenni perché qualcuno dicesse “Ah, bello!”. Quando ho cominciato, tutti dicevano “Orribile! Chi mai metterebbe una cosa così alla parete?”».




