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Giovanni Segantini – Ritorno a Milano. Intervista a Pietro Bellasi

A partire dal 18 settembre prossimo l’arte di Giovanni Segantini occuperà le sale di Palazzo Reale (Milano). In attesa dell’evento abbiamo incontrato Pietro Bellasi, sociologo dell’arte, curatore presso la Fondazione Mazzotta nonché  profondo conoscitore dell’opera di Segantini.  Per la mostra di Milano lo studioso ha scritto uno dei tre saggi presente nel catalogo; nell’intervista di seguito ci parla dell’esposizione, della vita di Segantini e del suo rapporto con la montagna.

Come è nata la mostra di Palazzo Reale? Lei quale ruolo ha ricoperto?

«La mostra è nata nel 2011 al Beyeler di Basilea. Allora aveva come curatori Diana Segantini  – pronipote e custode dell’archivio dell’artista – e Guido Magnaguagno, un critico d’arte di fama internazionale per tanti anni alla direzione del Museo Tinguely. L’esposizione è stata portata a Milano grazie all’interessamento dell’editore Skira e della Fondazione Mazzotta, con curatrici Diana Segantini e Annie-Paul Quinsac, grande studiosa di Segantini. A me, che avevo scritto un testo per la mostra di Basilea, è stato richiesto di esporre in un saggio il rapporto tra Segantini e l’ambiente di montagna».

Come è organizzata la mostra? Quali sono i suoi pregi?

«Su desiderio della Prof.ssa Quinsac, la mostra è stata organizzata per temi. Tra le aree tematiche affrontate grande spazio è dato agli autoritratti e ai ritratti nei quali è possibile leggere l’evoluzione stilistica di Segantini. Gli autoritratti e i ritratti sono introduttivi ai  successivi grandi paesaggi. La mostra permette di ammirare opere molto rare, esposte pochissime volte nei musei».

Segantini visse una giovinezza turbolenta, c’è qualche aneddoto che desidera ricordare?

«Della drammatica infanzia di Segantini si possono ricordare  diversi eventi. Nasce dopo un parto travagliato, tanto che il registro delle nascite riporta la formula “ob periculum vitae”. Nella primissima infanzia un suo fratello muore in un incendio. A 7 anni muore sua madre e viene portato di forza a Milano. Subito dopo muore il padre. A 8 anni è orfano e si trova ospite della sorellastra Irene che lo tiene prigioniero in casa al punto da indurlo a fuggire diverse volte. Cosa che non molti sanno, viene arrestato per vagabondaggio a 12 anni e viene messo in istituto di correzione dal quale però evade. Dopo questa giovinezza travagliata arriveranno tanti momenti belli, sebbene per tutta la vita patirà difficoltà economiche».

Quale rapporto intercorre tra Segantini e l’ambiente alpino?

«Molti artisti, tra i quali anche Segantini, ricercavano nella montagna la naturalità, una vita non turbata dalla modernità e qualcosa di originario. La natura presente in montagna – intesa come vita vegetale, animale e umana – viene rappresentata dall’artista nella sua veste primigenia. La natura dell’ambiente alpino si è conservata secondo Segantini come originaria e come tale viene dipinta: luminosa secondo lo stile divisionista e soprannaturale-allegorica seguendo suggestioni simboliste».

Dove elaborò questo rapporto con la montagna?

«In Val Bregaglia, una vallata incantata al confine tra Italia e Svizzera che attirò tanti grandi artisti che avevano subito il fascino di quell’ambiente alpino: i Giacometti, Cuno Amiet, Ferdinand Hodler, Max Ernst, Rainer Maria Rilke e a pochi km di distanza, a Sils Maria, Friederich Nietzsche. Tra di loro trovò posto anche Giovanni Segantini, il quale strinse una profonda amicizia con Giovanni Giacometti, padre del più noto Alberto. Giovanni Giacometti fu il suo più grande amico e la prima persona a vedere (e ritrarre) Segantini sul letto di morte. Giacometti finì anche un quadro dell’amico defunto intitolato “Le due madri”. Sarà possibile ammirare quest’opera alla mostra di Milano».

Perché è interessante mostrare l’opera di Segantini?

«Perché è uno dei più brillanti  e moderni interpreti della montagna nell’arte. Segantini infatti, nonostante il suo isolamento in quota, seguì in modo attento tutto quello che succedeva nell’arte europea e non a caso adottò da una parte il simbolismo e dall’altra iniziò il divisionismo, due sbocchi stilistici coevi e ideali per rappresentare il mondo alpino, fatto di atmosfere rarefatte, visione allucinate e luci accecanti.
Interessante è anche la rappresentazione dei montanari, dipinti come uomini esemplari, genuini e non corrotti dal mondo urbano. È poi evidente l’amore di Segantini per la natura e per la montagna, considerate  purificanti e rigeneranti dall’alienazione dell’industria e della città. Trovo che questo sentimento, presente in tanti suoi contemporanei come Ruskin e Turner, sia ancora molto attuale
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