Han Coray, il collezionista che rendeva possibile l’impossibile
Storia del primo collezionista di arte africana in Svizzera, un uomo chiamato Han Coray (1880-1974) ma noto anche con i nomi Karl Heinrich Ulrich Anton Coray, Han Coray-Stoop e Heinrich Corray. Prototipo del self-made man, fu capace di raccogliere migliaia di preziose sculture e oggetti provenienti da tutto il Continente Nero senza mai mettervi piede: uno strano destino per un uomo che amò intensamente l’Africa.
Una difficile infanzia, il riscatto, la carriera pedagogica
Han nacque nella Svizzera orientale da un medico e un’infermiera. Alla morte della madre Han fu affidato all’orfanotrofio di San Gallo. Intraprese un percorso di studi presso l’istituto magistrale evangelico di Unterstrass a Zurigo e ottenne la patente di insegnante. Seguirono anni di lavoro come maestro di scuola elementare e precettore che culminarono in una cattedra come preside di due importanti scuole private zurighesi. A poco più di trent’anni Han Coray – allora chiamato Heinrich Corray – era considerato un innovatore in campo pedagogico, con numerosi scritti di pedagogia riformatrice all’attivo.
Punto di riferimento della cultura zurighese
Ciò che però gli garantì notorietà fu l’attività di gallerista che intraprese a partire dal 1916 a Zurigo: il suo fiuto per gli affari e la capacità di interpretare i tempi lo portarono a esporre grandi artisti francesi come Gauguin e van Gogh, avanguardisti del calibro di Kandinsky e Klee e numerosi dadaisti. Coray in quegli anni fu il punto di riferimento per la cultura dadaista e d’avanguardia: tra gli amici che frequentavano la sua galleria c’erano Arp, Janco, Lehmbruck, Tzara, Richter e i due fondatori del Cabaret Voltaire, Ball ed Hennings.
Proprio durante la mostra inaugurale del dadaismo (1917) Heinrich portò in Svizzera, primo fra tutti, la cosiddetta “arte negra”. A questo grande risultato seguì però una crisi economica e a causa dei debiti accumulati chiuse la galleria e si lanciò nel business librario.
Dal 1917 al 1919 fu quindi mercante di libri e d’arte. La sua libreria divenne un effervescente luogo di incontro intellettuale. Qui Han conobbe tanti giovani artisti svizzeri come Johann von Tscharner, Max Gubler e Ignaz Epper che vennero da lui sostenuti anche finanziariamente.
La collezione di arte africana
Dopo il matrimonio nel 1919 con una ricca olandese di nome Dorrie Stoop, Han iniziò una intensa attività di collezionista. Dorrie era figlia di un ingegnere che aveva fatto fortuna con il petrolio; fu così che – in virtù della grandissima disponibilità economica della moglie – Han Coray-Stoop accumulò un immenso tesoro artistico che comprendeva opere di arte europea dal XV al XVIII secolo e soprattutto una vastissima collezione di sculture e oggetti africani acquistati per lo più da un Paul Guillaume, gallerista parigino e massimo esperto di arte e cultura africana, conosciuto grazie alla comune amicizia con Tristan Tzara.
Nel 1928 Han arrivò a possedere circa 2.400 pezzi di arte negra provenienti dalle culture Dan e Guro (Costa d’Avorio); Benin (Nigeria); Fang (Gabon); Yombe (Congo); Mangbetu, Yaka, Pende, Lega, Kuba, Luba, e Songye (Zaire); e Chokwe (Angola). Grazie a questo tesoro Han divenne il primo collezionista svizzero di arte africana e allestì un museo privato in una villa a Erlenbach (ZH) che aveva la finalità di diventare un museo universale della storia dell’arte umana. Quando Dorrie nel 1928 morì questo sogno si infranse e dovette vendere la maggior parte delle sue collezioni a musei statali e appassionati.
Dal 1930 in poi Coray visse ad Agnuzzo, dove fece costruire l’hôtel Casa Coray in cui collocò le opere che gli rimanevano e le sue nuove acquisizioni.
Nonostante la delusione personale, Coray diede un grande contributo alla conoscenza dell’arte e delle culture africane in Europa e in Svizzera in particolare: un grandissimo risultato se si considera che non mise mai piede nel Continente Nero. Qualcosa di simile ce lo si poteva aspettare solo da un uomo con una storia eccezionale come la sua.
Han Coray visse secondo il motto “rendere possibile l’impossibile”. Un motto azzeccato per lui che è partito dall’essere orfano e senza niente ad avere tutto e sperimentare in 94 lunghi anni più vite in una sola: maestro, educatore, gallerista, librario, mercante, collezionista, albergatore; e ancora: padre di 7 figli, marito di 4 donne e amico di una miriade di artisti e intellettuali. L’eccezionale per lui fu sempre l’ordinario.




