RIPARTIRE DA “ZERO”. LA RIVOLUZIONE DELL’ARTE CONTEMPORANEA.
«Zero è silenzio. Zero è inizio. Zero è rotondo. Zero è Zero». [1]
Una domanda tra le più ricorrenti per chi si occupa di arte è: che cos’è e quando inizia l’arte contemporanea? Tralasciando ogni valutazione sulla correttezza della domanda stessa ed eventuali riflessioni sulla nostra necessità di catalogare e frazionare ciò che in realtà è un flusso ininterrotto (la storia e il suo scorrere inesorabile), possiamo tuttavia provare a risalire a un ipotetico “anno zero” nel quale l’arte fa uno scatto, abbandonando certi aspetti che l’hanno fin lì caratterizzata e ponendo le basi per quelli che la caratterizzeranno fino a giorni nostri.
Anno zero non a caso. Non perché vi sia un’ora e un giorno preciso in cui l’arte contemporanea è ufficialmente nata. Ma perché quella che tracceremo qui di seguito è la storia del Gruppo Zero: un movimento artistico che ha rivoluzionato il ruolo e il senso stesso dell’arte, sviluppatosi a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso in Germania.
Le riflessioni che porteranno alla nascita di questo gruppo trovano le loro radici nell’insofferenza diffusa verso la dicotomia soffocante tra il realismo di matrice sovietica e l’arte informale astratta: un contesto bloccato che impediva ad altre forme artistiche di svilupparsi. La volontà di ribellarsi a questo scenario non è diversa da altre spinte rivoluzionarie dell’epoca, anzi, per certi versi si inserisce in quello stesso fermento giovanile che ha percorso tutti gli anni ’60 in ambito politico, culturale, sociale.
Nel 1957, Heinz Mack, Otto Piene e Gunter Ueker, tre giovani artisti con una comune formazione all’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf, danno vita a Zero e all’omonima rivista, organizzando una serie di Abendausstellungen (esposizioni di una sera) collettive e autogestite, che si configurano come incontri serali e occasioni di incontro tra artisti.
Sin dalla scelta del nome gli intenti del gruppo sono chiari: ripartire da zero, fare tabula rasa di tutte le esperienze artistiche precedenti, lavorare all’interno di uno spazio mentale e creativo vuoto e incontaminato, e quindi assolutamente libero e affrancato da ogni convenzione, da ogni tradizione, da ogni limite espressivo.

Per questi suoi obiettivi il gruppo attirerà personalità della scena europea che in quegli anni avevano già intrapreso vie originali di distacco dalle correnti artistiche imperanti: Lucio Fontana e la sua riformulazione del concetto di spazio, Jean Tinguely con le sue sculture in movimento, Yves Klein e le sue tele monocrome, Piero Manzoni e la sua spregiudicatezza nell’utilizzo dei materiali. Intorno al gruppo, inoltre, pur senza farne ufficialmente parte, graviteranno un serie disomogenea di artisti che ne condividevano ideali e impostazioni: tra questi Bruno Munari, Alexander Calder, Daniel Spoerri, Pol Bury, Jean Le Parc, Sol Le Witt, Joseph Kosuth, Enrico Castellani e tanti altri.
Una dimensione internazionale e cosmopolita che sarà rafforzata da una serie di esposizioni collettive come quelle di Anversa nel 1959, di Zagabria nel 1961 e di Berlino nel 1963, momento culminante del movimento, che da quel momento si impone come vero e proprio riferimento sulla scena internazionale.
La visione ideale di un’arte senza limiti che caratterizza i membri di Zero, si traduce nella pratica artistica in un allontanamento sempre più marcato dalle forme del “quadro” e delle “sculture” tradizionali. Da un lato con il ricorso alla pittura monocroma, dall’altro con la sperimentazione di nuovi materiali e nuovi mezzi espressivi che la tecnologia e il progresso mettevano a disposizione, con particolare attenzione ai fenomeni ottico-luminosi ma soprattutto alle componenti motorie e dinamiche.
Soprattutto la dimensione dinamica delle opere è considerata fondamentale per riuscire a interpretare una realtà sempre più fluida e mutevole, e per esprimere una nuova percezione del mondo influenzata dalla teoria della relatività. Gli artisti del Gruppo Zero sperimenteranno, in questo senso, un avvicinamento tra arte e scienza e si interesseranno al moto in tutte le sue espressioni: meccanica, elettromagnetica, luminosa.

Il moto non è l’unico elemento del concetto di “arte allargata” che verrà coniato per identificare le opere degli appartenenti a questo gruppo. Vi è un altro fattore che “allarga” le prospettive dello spazio artistico e che per la prima volta viene considerato parte integrante del processo creativo: lo spettatore. Da mero ricettore passivo, questi diviene finalmente un attore e collaboratore attivo della creazione artistica, con la quale entra in un rapporto interattivo.
Il gruppo si scioglie definitivamente nel 1966 dopo un’ultima grande mostra al Kunstmuseum di Bonn, anche per il fallimento del suo ideale collaborativo, troppo utopico per essere praticabile.
Per la sua forza visionaria e sperimentale, tuttavia, il Gruppo Zero rappresenta quel momento di svolta nella storia dell’arte che potrebbe rispondere alla nostra domanda iniziale. Il punto di arrivo delle avanguardie storiche, l’ispiratore di tanti movimenti di quegli stessi anni e il precursore dell’arte che oggi chiamiamo contemporanea. Zero è quel momento di rottura in cui il passato viene sotterrato, e nella terra nuovamente arata sono gettati i semi di quello che verrà.
[1] Otto Piene, Der Neue Idealismus, 1963




